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OFFERTA CERI E PROCESSIONE

Offerta dei CeriI Celti accendevano grandi fuochi sulle colline per celebrare, il primo maggio, l'inizio della stagione dei pascoli e quindi le riunioni annuali dei cavalieri che preannunciavano la mobilitazione dell'esercito. Il fuoco è rimasto nella tradizione occidentale del Medioevo come elemento simboleggiante la vita, il fuoco sacro in cui si identifica ogni gruppo umano ancestrale. Così l'offerta del cero acceso al proprio Santo "defensor civitatis" significa, appunto, la vivificazione di quel simbolo cristiano che la società municipale antica tiene come punto di riferimento. L'offerta del fuoco, unito alla cera, frutto dell'ape, emblema della parola divina, rappresenta la rinnovata fiducia di un popolo al proprio Santo Protettore e la richiesta di continuare a vigilare sulla propria buona sorte.

Nella Narni del Medioevo, la manifestazione dell'Offerta dei Ceri non è espressione esclusiva della festa di S. Giovenale, ma di sicuro è a lei che i narnesi, da sempre, riservano la processione più imponente e spettacolare. Se l'aspetto laico di quella festa si estrinsecava il 3 di Maggio con le corse equestri del palio dell'anello, quello religioso viveva momenti da protagonista la mattina del 3 e la sera del 2 con l'offerta dei ceri. A "compieta", l'ora del tramonto, si svolgeva una lunga "luminaria" animata dallo sventolio dei gonfaloni, dai cori religiosi delle confraternite e dal suono degli strumenti musicali. La processione si concludeva nella Cattedrale dedicata al Santo Patrono, dove tutti i gruppi, le corporazioni, le parrocchie e le confraternite, i castelli e le autorità civili, venivano chiamati a presentare il proprio tributo. Castelli appodiati e artisti, dovevano al Capitolo di S. Giovenale un cero di peso strettamente stabilito dagli Statuti Comunali e da quelli delle singole Arti; i cittadini potevano partecipare all'offerta, ma con ceri del peso inferiore alle 2 libbre, mentre il Dominus Vicarius doveva un Palio di buona seta del valore di quattro fiorini d'oro. Tutta la città era protagonista di quel cerimoniale che, oltre che vestire i significati del sacro, contiene quegli elementi politici di coesione con la religione che esprimono i caratteri di dipendenza della città. In esso si riconoscono gerarchicamente tutti gli strati della società narnese.

Nelle processioni, che sin dal secolo XIII divengono la massima espressione associativa di una città, nelle manifestazioni e nelle pubbliche assemblee, vari sono i significati distintivi che permettono di individuare per ogni soggetto gruppo, il proprio ruolo. La struttura processionale, i costumi, i colori, i ceri con le loro dimensioni, assolvono a tale compito soprattutto nel periodo della festa: ognuno, rimanendo al suo posto, potente o miserabile che sia, si mostra pubblicamente secondo la collocazione che lo individua all'interno del proprio "corpus sociale". Le memorie più antiche fanno risalire al 1227, quando una Bolla di Gregorio IX conferma al Castello di Mogio il pagamento di un reddito al Capitolo della Cattedrale pari a cento libbre di pesce, la prima notizia di tributo al Santo. Reca la data del 20 ottobre 1283 il primo atto di sottomissione di un castello, quello di Tarano in Sabina, che impone l'offerta di un cero di quaranta libbre per la festa del Patrono narnese. Dal XV secolo, fu introdotta la pratica di liberare, per quell'occasione, un omicida che, inginocchiato alla destra dell'altare maggiore con le mani legate, capo rasato e "guinzaglio" al collo, veniva percosso con una verga in segno di correzione. Il rito dell'offerta dei ceri si rinnovò nella storia della città sino al 1809, quando fu sostituita con una consistente elemosina a favore del Capitolo del Duomo.

L'antica immagine della città che si offre al Santo, rimane praticamente immutata fino al periodo di dominazione napoleonica. Basti solo pensare come il castello di Collescipoli venga ancora annoverato nel 1809 tra quelli che dovevano il tributo in cera, nonostante esso si fosse reso indipendente e ne fosse dispensato dall'Autorità Pontificia sin dal 1453. Le aspirazioni autonomistiche dell'antico Comune riaffiorano evidenti in questa manifestazione nella quale il tempo festivo si carica di essenze legate alla tradizione e al costume, significanti della memoria storica della città. A partire dal 1991, attraverso la manifestazione della Corsa all'Anello, vengono riproposte quelle ritualità che circa due secoli fa furono interrotte: i rappresentanti delle Corporazioni, dei castelli, delle Autorità Comunali e Pontificie, manifestano, in costume del trecento, la loro offerta la sera del 2 maggio. I ceri offerti (alcuni pesano sino a sette chili), vengono depositati in una cesta ai piedi del Vescovo della città, simbolo contemporaneo del Santo Protettore e Martire Giovenale.

Mons. Vincenzo PagliaMeno appariscente ma colma di significati, invece, la parte religiosa della festa, intitolata ai Santi Giovenale e Cassio, protettori della città. E' la Santa Messa, seguita dalla solenne processione, il momento più importante nella mattina del 3 maggio. In quella occasione, non ci sono giurie che debbono dare un voto all'aspetto coreografico, eppure quel corteo, che esce straordinariamente dal portone principale della Cattedrale, fa vedere il massimo del suo splendore coreografico: tutti i sacerdoti della Diocesi in doppia fila ad officiare e decine di parrocchie che portano il loro tributo ad un Santo che l'aveva salvati, se non dalla peste, almeno dalla disgregazione. L'incenso, l'oro dei paramenti: una grande manifestazione di splendore ecclesiastico.